La gestione delle emozioni. Da Aristotele a Goleman

Le emozioni nella storia del pensiero umano

Nella storia del pensiero umano le emozioni hanno spesso ricoperto un ruolo secondario, se non addirittura ostile.

I filosofi infatti hanno sempre distinto tra ragione ed emozioni, relegando la “sfera emotiva” a una dimensione materica che pone l’uomo allo stesso livello degli animali: solo la ragione eleva l’uomo a un livello più alto.

Platone, ad esempio, considera le emozioni negative perché legate al corpo, di cui l’anima è prigioniera, e dunque incontrollabili e di ostacolo alla ragione. Dopo di lui stoici ed epicurei sostennero la necessità di eliminare le emozioni per vivere serenamente.

 

Nella filosofia di Cartesio, incentrata sulla contrapposizione tra mente e corpo, esiste una netta distinzione tra razionalità ed emozioni, considerate come una serie di automatismi e appartenenti al cosiddetto “esprit de bête” (spirito animale). Non parliamo poi della filosofia orientale, in particolare quella buddhista, per cui l’elevazione del sé passa attraverso il completo e definitivo annullamento dei desideri e delle passioni.

Alcuni filosofi, però, hanno attribuito alle emozioni un ruolo diverso. Per esempio secondo Aristotele, pur restando vero che le emozioni (pathè) sono ciò che accomuna l’uomo agli animali, è proprio attraverso la gestione razionale delle emozioni, cioè attraverso il controllo da parte della ragione della nostra risposta a stimoli esterni, che l’uomo può diventare un “animale razionale sociale”.

 

Intelligenza emotiva

 

A partire dall’Ottocento le emozioni hanno cominciato ad essere studiate e analizzate scientificamente, ma è solo alla fine del secolo scorso che è stato riconosciuto loro un ruolo fondamentale all’interno delle discipline umane. Abbiamo già parlato qui del cambiamento di paradigma provocato dall’intelligenza emotiva, con l’articolo di Peter Salovey e John D. Mayer prima e con il libro di Goleman poi.

Con essi si sviluppò un atteggiamento culturale più rispettoso e favorevole alle emozioni, che fino ad allora erano considerate materiale di scarto o fattori di disturbo rispetto al funzionamento delle attività “superiori” della mente, e che solo da quel momento iniziano a essere considerate esse stesse “intelligenti”.

Cervello e amigdala

Questo, tuttavia, non significa che le emozioni abbiano sempre e comunque una valenza positiva: esse vanno riconosciute e gestite, altrimenti il rischio è che prendano il sopravvento. Emozioni come la rabbia e la paura possono, infatti, offuscare la nostra mente e dare luogo a quello che Goleman chiama “sequestro emotivo”, cioè quella situazione in cui gli stimoli esterni, anziché essere elaborati dalla corteccia, arrivano direttamente all’amigdala che provoca reazioni immediate e istintive, spesso incontrollate perché la mente smette di ragionare con lucidità.

Ecco, dunque, che la razionalità umana può essere sopraffatta e “catturata” dalle emozioni che prendono il controllo del nostro agire; questo è esattamente il motivo per cui la tradizione filosofica le ha sempre guardate con sospetto e colpevolizzate.

Tuttavia per Goleman, come già per Aristotele 24 secoli prima di lui, le emozioni possono – anzi devono – essere controllate: infatti noi non siamo responsabili dei nostri sentimenti, ma abbiamo piena responsabilità del modo in cui decidiamo di esprimerli.

Ecco che la gestione delle emozioni diventa una delle competenze principali del modello dell’intelligenza emotiva, definita come “La capacità di controllare sentimenti ed emozioni proprie ed altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni.”.

Tale capacità, fortunatamente, non è innata e data una volta per tutte alla nascita. Nel pensiero di Goleman, essa non è altro che un insieme di competenze – 25 per l’esattezza – che possono essere acquisite con l’allenamento, la pratica, la costanza e la pazienza.

 

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    Elena Saltini

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