L’altra metà della mela: il Coaching

Cosa si intende per Coaching e in cosa si distingue dal Mentoring

Sebbene spesso si tenda a utilizzare i due termini come sinonimi, il Coaching e il Mentoring sono due approcci differenti ma complementari.

Se il Mentor fornisce supporto condividendo la sua personale esperienza lavorativa e le best practice imparate sul campo (qui ne abbiamo analizzato l’origine e l’importanza attuale), il Coach si pone il compito di sbloccare il potenziale di una persona per massimizzarne le prestazioni, non impartendo degli insegnamenti, ma aiutandola ad imparare. (Whitmore, 2003).

Nel 2008, un progetto di ricerca sponsorizzato dal governo del Regno Unito sulle future esigenze di formazione delle competenze di allenatori e mentori, ha fatto riferimento ad una definizione data dal Chartered Institute of Personnel and Development :

Coaching is developing a person’s skills and knowledge so that their job performance improves, hopefully so that organizational objectives are achieved. Coaching generally occurs over a short duration and is relatively structured to achieve set goals. [Mentoring is] the passing on of support, guidance and advice in which a more experienced individual uses their knowledge and experience to guide a more junior member of staff.
(Eric Parsloe, Laura Parsloe, Melville Leedham – Coaching and Mentoring_ Practical Conversations to Improve Learning)

Una parola, tanti significati

È bene precisare, però, che non esiste una definizione univoca del termine: negli ultimi 20 anni il concetto è stato integrato con sfumature di significato differenti tra loro.

Una definizione a nostro parere esaustiva è la seguente:

Coaching is the focused application of skills that deliver performance improvement to the individual’s work in their organization, through robust support and challenge. The coaching process should yield learning and personal development for the executive, and help them to contribute more of their potential. This collaborative relationship will be short-term and practically focused, and will be marked by clear, strong feedback.
(Peter Hawkins, Nick Smith – Coaching, Mentoring and Organizational Consultancy_ Supervision and Development)

L’origine socratica

Alcuni studiosi (Brunner 1998, Hughes 2003, De Haan 2008) rintracciano l’origine del Coaching nell’antica Grecia, in particolar modo nella Maieutica Socratica.

Krohn (1998), ad esempio, lascia intendere che il Coaching si configuri come la versione moderna del dialogo socratico poiché già in esso è possibile individuare i 4 elementi costitutivi di questa pratica: onestà, fiducia e buon senso nell’esaminare i propri pensieri e quelli dell’altro.

Sebbene il collegamento non sia diretto ma associativo, e sebbene sia possibile rintracciare nella pratica attuale un debito con l’approccio socratico, a nostro parere questo parallelismo necessita di essere preso con le pinze.

Socrate era un personaggio scomodo, non certo ben visto dalla maggioranza. Veniva accusato di ricorrere a sofismi per vincere le discussioni e  di costringere – malignamente –  l’interlocutore a contraddirsi.  Nella Repubblica, ad esempio, viene tacciato da Trasimaco di essere un sicofante che vuole a tutti costi, e a qualunque mezzo, avere la meglio sugli altri.

Se a questo si aggiunge la dissimulazione della propria ignoranza, la falsa ammirazione per la sapienza altrui e il fatto che non faceva incontri individuali, ma il dialogo comprendeva quasi sempre più persone, ci rendiamo conto di essere lontanissimi dall’immagine che abbiamo oggi del Coach.

Tuttavia, l’associazione non è campata completamente in aria. Se è vero che per alcuni aspetti dobbiamo essere cauti nell’accostare questa pratica al pensatore ateniese, per uno di essi troviamo lecito considerare Socrate il precursore di questa pratica:  egli non forniva risposte, ma poneva domande al fine di far arrivare l’interlocutore alla verità, e questo è indiscutibilmente una delle basi più solide del Coaching.

La metafora della carrozza

Un breve inciso sull’etimologia. La parola viene dal Kochs, un villaggio ungherese situato a pochi km nord di Budapest, famoso per la produzione di carrozze. Da qui viene termine francese coche e quello inglese Coach, carrozza o cocchio.

C’è una continuità semantica tra il significato originale e quello con cui viene utilizzata oggi questa parola: così come la carrozza ti permette di spostarti da un luogo ad un altro, il Coach ti consente di passare dalla situazione attuale a quella desiderata, accompagnandoti in un percorso di crescita personale e/o professionale:

A coach is a person who helps me to think through how to get from where I am to where I need or want to be.
(Joy and Pask, 2004)

Secondo The Oxford Reference Online (2006b) i primi usi del termine “coaching” in lingua inglese si possono far risalire ad un gioco di parole presente nel romanzo Pendennis di Thackeray, del 1849.

Nel XIX secolo il termine viene utilizzato dagli studenti universitari per indicare quella persona, diversa dal tutor, che prestava aiuto al fine di raggiungere i risultati accademici.

In seguito l’utilizzo del termine si diffonde in ambito sportivo, specie in quello nautico e del canottaggio, e viene usato in relazione allo sviluppo della abilità mentali e fisiche dell’atleta o del team (si può trovare nel libro di Harrison (1887) The Choice of Books and Other Literary Piece un riferimento al coaching nello sport del cricket).

Gallwey e Whitmore: il Coaching contemporaneo

Se il precursore del Coaching viene identificato nella figura di Socrate, il pioniere della disciplina fa la sua comparsa 2.500 anni dopo, nel 1974: Timothy Gallwey, professore universitario di Harvard e giocatore/istruttore, pubblica il libro The Inner Game of Tennis, a seguito del quale verrà considerato unanimemente il padre di questa pratica.

La frase centrale del libro, che racchiude l’essenza del coaching è la seguente:

L’avversario che si nasconde nella nostra mente è molto più forte di quello che troviamo dall’altra parte della rete.

18 anni dopo, nel 1992, grazie ad un pilota automobilistico inglese, John Whitmore, che elaborò un metodo che battezzò G.R.O.W. e scrisse il libro “Coaching for Performance”, il coaching smette di essere associato esclusivamente al miglioramento delle performance sportive ed entra a far parte anche delle dinamiche aziendali.

Da allora il coaching è passato da essere un’attività riservata esclusivamente ai top manager delle organizzazioni e imprese, ad essere uno degli strumenti più efficaci non solo per lo sviluppo aziendale, ma anche per la crescita e la formazione personale.

Il contributo della psicologia

A questo proposito è bene ricordare  che il Coaching ha beneficiato dell’influenza della psicologia, in particolare dei lavori di Abrham Maslow e delle sue teorie sul potenziale umano e dell’autorealizzazione; dei lavori di Martin Seligman (classificazione virtù universali) e Mihaly Csikszentmihalyi sulla Psicologia Positiva, e dei vari Albert Bandura (autore della Teoria dell’Autoefficacia), Edwin Locke e Gary Latham (autori della Teoria del Goal Setting), Carl Rogers (padre del Counseling) e Eric Berne (padre dell’Analisi Transazionale).

Il Coaching così come lo conosciamo oggi, si è quindi dapprima sviluppato in ambito sportivo, e solo in seguito in quello professionale e, ancora dopo, in quello personale grazie alla forte influenza della psicologia.

 

Bibliografia principale:

• Timothy W. Gallwey, The Inner Game of Tennis, Random House, New York, 1974.
• Eric Parsloe, Laura Parsloe, Melville Leedham, Coaching and Mentoring: Practical Conversations to Improve Learning, Kogan Page, London and Philadelphia, 2009.
• Peter Hawkins, Nick Smith, Coaching, Mentoring and Organizational Consultancy: Supervision and Development, Open University Press, New York, 2006.
• Roger Pask, Barrie Joy, Mentoring – Coaching: A guide for education professionals, Open University Press, 2008.

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Matteo Manca
Formatore e appassionato di nuove tecnologie per l'educazione
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